(di Happy Ruggiero)

Era immaginabile che, unitamente all’allungamento della vita, la nuova strategia sociale dell’assistenza agli anziani avrebbe aperto una strada sempre più tortuosa e difficile da percorrere, promuovendo la domiciliarità dell’invecchiamento. È vero che le persone in stato di invecchiamento preferiscono non abbandonare la propria casa, in cui vivono i ricordi, le abitudini e la storia di una vita, con l’illusione di un’indipendenza intramontabile; ma è altrettanto vero che l’invecchiamento naturale non va di pari passo con l’illusione.

La mancanza di case protette adeguatamente organizzate e lo sviluppo dello stato di domiciliarità di chi sta invecchiando ha consegnato a familiari, badanti, volontari, vicini e amici compiti e problemi a cui gli assistenti caregiver (cioè le persone preposte a portare cura) non sono sufficientemente preparati.

Non bastano l’affetto, la simpatia, le competenze infermieristiche, le esperienze di assistenza per far sì che da quell’invecchiamento naturale vissuto tra le mura domestiche vengano cancellate le preoccupazioni, i disagi, il problemi dalla corretta alimentazione, la mobilità sempre più difficile e i rischi di infortunio. Soprattutto non è facile capire quei momenti di solitudine, in cui la mente di chi sente passare inesorabilmente il tempo immagina soluzioni non solo ai problemi del momento, ma anche a quelli a divenire.

Nella sua lunga storia, il volontariato SEA ha raccolto i pensieri e la voce degli anziani, ma anche dei familiari che li assistono. Ha raccolto il disagio di badanti e di assistenti sociali provati dalla ferrea volontà di non “ubbidire” di chi vanta una lunga esperienza di vita indipendente, o dallo sconsolato atteggiamento che proviene dalla solitudine psicologica e relazionale.

Nella ricerca effettuata per individuare una traccia di competenze per la figura del caregiver è emerso un dato certo: i familiari sono i più provati dal turbinio dei problemi di ogni giorno, diversi ed eguali, perché inevitabilmente si tratta di un impegno che incide in modo rilevante e costringe a riorganizzare la propria vita, la propria famiglia e talvolta il proprio lavoro. E ci si trova spiazzati davanti a processi mentali incomprensibili, ad atteggiamenti inusuali, a rapporti interpersonali nuovi e irriconoscibili. Talvolta prendono forma antiche incomprensioni, che, se in altra età passavano senza troppo rumore, nel tempo di invecchiamento diventano battaglie dolorose.

Chi assiste una persona anziana che vive nel proprio domicilio diventa allora anche il consigliere sanitario, perché immediatamente si pensa ad una patologia, ad un decadimento che bisogna combattere talvolta imponendo con affetto il proprio volere. Ma non è così! L’invecchiamento non è una malattia. È un processo biologico, che ha tempi diversi da persona a persona e da storia a storia. E nel tempo dell’invecchiamento biologico non è facile entrare. Si entra con passo felpato, chiedendo permesso, ascoltando molto e parlando poco, osservando lo scenario come in un paesaggio sconosciuto e cercando con saggezza e pazienza la sintonia indispensabile.

I pensieri che si affacciano alla vita di una persona sola sono, certamente, infiniti. In questa piccola opera sono raccolti i più intimi, quelli che spesso non si confessano nemmeno ai figli. Passano attraverso i problemi più comuni: la mobilità, l’alimentazione, il disagio, la preoccupazione, la memoria, l’autonomia, l’insofferenza. Di ognuno se ne cerca le ragioni perché solo partendo da questa riflessione si possono trovare soluzioni per aprire il sipario di uno scenario ancora sconosciuto e ritrovarvi gli elementi comuni che parevano dimenticati.

Sul filo delle cose non dette